DA MAMMA DI SERIE A, AD UNA DI SERIE B

Se devo scegliere uno degli aspetti più intimi e delicati del mio essere mamma non ho dubbi: è sicuramente il parto. Che nel mio caso sono stati due. Diversi, in tutto. Indimenticabili, per diverse ragioni. Che mi hanno segnato, in forme diverse.

 

Quante volte ho ascoltato mamme discutere su questo tema. Quanti pezzi ho letto in merito al parto naturale, di quanto sia doloroso, lungo, faticoso. Quanti articoli parlano del parto cesareo, facendolo sembrare quasi una scorciatoia e sì, diciamolo, un fallimento.

Lavinia, la mia prima bimba, è arrivata con un parto naturale, ma indotto. Il sacco si era rotto, ma solo parzialmente ed in alto. Nessuna contrazione, ma bisognava procedere per evitare probabili infezioni. Ed ecco che la mente ha iniziato a fare brutti scherzi: “Ma come indotto? Quindi non sono contrazioni naturali? Quindi non partorirò come la natura ha previsto?”. Ma non era il momento di condividere questi pensieri, chissà forse ostetriche ed infermiere mi avrebbero dato della sciocca…. Tutto ha inizio lentamente, alle 9.00 del mattino la prima induzione, alle 12.00 le prime contrazioni un po’ fastidiose, ma non mi dilatavo. Alle 14.00 seconda induzione di ossitocina, ed è iniziato il tormento. Le contrazioni sono diventate costanti, forti, brevi. Non avevo il tempo di respirare, di aprire gli occhi. Mi rivedo in ginocchio per terra, esausta a pensare: “Ma chi me lo ha fatto fare…”. Anche questo pensiero, però, non era condivisibile… no era troppo cinico per una che stava per diventare mamma. Poi finalmente alle 18.00 ci siamo, è il momento delle ultime spinte e non ascolto più nessuno, voglio che la mia bimba diventi finalmente reale, voglio toccarla, voglio guardarla, voglio stringerla forte tra le mie braccia. Pochissime spinte e sento la sua testolina tra le mie gambe, ancora una spinta e Lavinia è finalmente la mia bimba. E io sono realmente diventata una mamma.

 

Ora, non starò qui a descrivervi le emozioni indescrivibili che si provano con la nascita del primo figlio, anche perché è impossibile trovare le parole giuste per farlo e trasmettere quello che si prova a chi non ha (ancora) scoperto la magia di diventare madre.

 

Ma una cosa la ricordo molto bene, indotto o non indotto, avevo partorito con un parto naturale, e di questo ero proprio orgogliosa. Sì, oggi posso dire che facevo parte di quelle mamme che vanno fiere del loro parto naturale, perché è così che si fa, perché abbiamo dato la luce al nostro bambino senza scorciatoie, ma soffrendo ogni singolo istante, perché abbiamo stretto i denti e lottato per farlo nascere. Perché non è stato un cesareo.

 

Che sciocca presunzione, che ridicola convinzione.

 

E come si dice? Che il destino è un po’ beffardo, giusto?

 

Sono alla 38esima settimana. Lorenzo è già girato dal quinto mese. Bravo, così si fa. Una mattina mi alzo con la sensazione di avere le stesse perdite avute con Lavinia. Dai che un controllo in ospedale lo faccio, non si sa mai che si è rotto di nuovo il sacco in alto. Mi fanno il test, è negativo. Per sicurezza mi fanno un’ecografia.

 

“Signora, ma è podalico!”. Guardo il ginecologo incredula. Come è potuto accadere? Quando? Possibile che non mi sono accorta di nulla?

 

Ok, calma, e quindi?

 

“Programmiamo per la prossima settimana un parto cesareo”.

 

Cosa? No, non è possibile. No, non sono pronta. No, non è così che succede. Non posso già sapere una settimana prima la data di nascita del mio bambino e perfino l’ora. Ma non ci sono alternative a quanto pare. Dicono sia davvero difficile che possa girarsi ancora: “Se la prossima settimana Lorenzo si sarà girato, tanto meglio, altrimenti saremo pronti per farlo nascere”.

 

Ho trascorso una settimana in uno stato di annebbiamento totale. Io non lo volevo il cesareo. Che storia è questa che non sono io la principale artefice della nascita di mio figlio? Come posso non avere la totale consapevolezza del mio corpo e la responsabilità della sua vita? Ma alla fine è andata proprio così. E mi ritrovo quindi in una sala operatoria, sola, senza Davide. Fa molto freddo e devo aspettare minuti prima che tutto abbia inizio. Mi parlano di anestesia, di tagli, di ipotetiche complicazioni. Annuisco, in realtà non sto ascoltando nulla. Ho paura, è il mio primo intervento in assoluto, quella stanza non mi piace per niente. È il momento dell’epidurale: uno, due, tre tentativi e inizio a sentire l’effetto. Ma non è abbastanza forte a quanto pare, perché sento tutto, il taglio, ma soprattutto sento tirare, tirare e tirare. Svengo.

 

Apro gli occhi, ah già sono qui. A che punto siamo? Vedo che si avvicinano frettolosamente con un fagottino vicino al mio volto. Ma sono troppo intontita. Non mi ricordo il suo volto. Capite? Non ho in mente il primo sguardo del mio bambino, non riesco a ricordare che espressione aveva, che colore aveva il suo visino, se era tranquillo o no.

 

Mi dicono che va tutto bene, ok dai è questo l’importante no? Ma mi dicono anche che porteranno Lorenzo dal suo papà, perché ci vorrà ancora un po’ prima di finire con me. Sarà lui ad appoggiarselo per prima sul suo petto, sarà l’odore del suo papà che Lorenzo respirerà per prima. Non il mio, non quello della sua mamma. Mi scende una lacrima. Continuo a sentirmi distante dal mio bambino e non posso fare nulla per cambiare le cose.

 

Finalmente mi portano in camera, ed ecco qui il mio piccolino. Me lo danno in braccio. Ma nulla, non sento quell’esplosione di emozione provata con Lavinia, non vengo travolta dall’amore che nei miei ricordi legavo a quel momento. Non sento le farfalle allo stomaco, anzi, sento dolore, fitte e contrazioni.

 

Probabilmente l’ostetrica capisce e allora mi invita dolcemente ad attaccarlo al mio seno. Sono titubante e scoraggiata, con Lavinia ci avevo messo un bel po’ a capire come attaccarla. Se succede anche questa volta, potrei abbattermi ancora di più.

 

Ma lui, il mio piccolino nato senza sforzi, capisce. Ed è subito magia. Inizia a ciucciare, a ciucciare. E io scoppio in lacrime. Sento finalmente di essere la sua mamma. Mi ha riconosciuto e non vuole più staccarsi da me.

 

Ecco quindi la storia di una mamma di “serie A”, passata in “serie B”. Care mamme, solo chi come noi ha provato il dolore di un parto cesareo, fisico ed emotivo, può capire quanto siamo dannatamente delle dure.

 

Perché non è semplice gestire questi pensieri e questo taglio: il dolore te lo trascini per mesi, senza poterti permettere di aspettare comodamente sdraiata che passi. E dopo il dolore, quella cicatrice resta a ricordarti tutto.

 

Ma sapete che c’è? C’è che ho imparato ad accettarla, a toccarla, a guardarmi allo specchio e a sorridere. Perché è la testimonianza del legame con il mio bambino, che sarà per tutta la vita anche fisico, oltre che emotivo.

 

E perché, in fondo, guardandola bene, questa cicatrice ha le sembianze di un sorriso, no?

 

Linda



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